Gliel’aveva raccontato Binnu
Il solito “pentito” (stavolta si tratta di Stefano Lo Verso, già “vivandiere” di Binnu Provenzano), usa il palcoscenico di un tribunale per lanciare accuse, sempre basate sul “sentito dire” e prive del minimo riscontro, su esponenti di punta del Popolo della libertà, arrivando persino a infangare la figura istituzionale del presidente del Senato, Renato Schifani.
22 AGO 20

Il solito “pentito” (stavolta si tratta di Stefano Lo Verso, già “vivandiere” di Binnu Provenzano), usa il palcoscenico di un tribunale per lanciare accuse, sempre basate sul “sentito dire” e prive del minimo riscontro, su esponenti di punta del Popolo della libertà, arrivando persino a infangare la figura istituzionale del presidente del Senato, Renato Schifani.
Lo schema è sempre lo stesso: un boss mafioso di prima grandezza avrebbe confidato, questa volta a un autista, di godere di protezioni politiche inossidabili, che lo avrebbero protetto da ogni guaio giudiziario. Si sa che poi le cose non sono andate affatto così. I boss vengono catturati uno dopo l’altro, peraltro con maggiore intensità da quando il governo è guidato proprio dal partito che si vorrebbe compromettere, finiscono in galera dove sono sottoposti al regime di carcere duro ex 41 bis, rafforzato da una procedura parlamentare che ha avuto proprio nel presidente Schifani un protagonista di rilievo.
Dov’erano le coperture vantate dai boss? Chi si è mosso per aiutarli a sfuggire alla giustizia? Queste elementari domande fanno intendere come la vicinanza a esponenti politici di peso, sempre che sia stata effettivamente comunicata e non inventata di sana pianta dal pentito di turno, magari convinto di compiacere così qualche ambiente giudiziario e di guadagnarsi una qualche visibilità mediatica, era pura millanteria. Se poi sia ragionevole esporre alte cariche istituzionali allo sberleffo di mafiosi che sono rapidamente passati alla delazione falsificata, è un quesito che la politica, la magistratura e la libera informazione si porrebbero in ogni paese civile.
Ma naturalmente è un quesito che non ha senso in Italia, dove le scorribande politiche della magistratura sono lo sfondo di tutte le vicende nazionali, tramite l’amplificatore compiaciuto di molti organi di informazione. Schifani ha ricevuto in questa occasione attestati di stima e di solidarietà dagli esponenti della maggioranza e da Pier Ferdinando Casini. Solo il solito Antonio Di Pietro cavalca ambiguamente lo spifferamento mafioso, ma questo, caso mai, va a onore di Schifani.